Eutanasia, i Sacerdoti della morte!

(Roma)ore 21:36:00 del 15/05/2018 - Classe: , Denunce, Salute, Sociale

Eutanasia, i Sacerdoti della morte!
Sacerdoti della morte : come l’ eutanasia si fa largo nella società occidentale – di Pietro Vinci

Discutere di un tema simile, non potrà mai essere semplice o frutto di una visione “di parte”. L’eutanasia, la “dolce” morte”, è uno dei temi cruciali che porta la nostra civiltà, il nostro intendere la vita e i rapporti che ne derivano nei momenti più tragici dell’esistenza, a un bivio: la scelta di introdurre una tale possibilità all’interno del sistema giuridico e della vita collettiva e sociale di una nazione, non dovrebbe essere un fatto automatico né tantomeno l’opposizione al suo “ingresso” nella nostra realtà nazionale dovrebbe mai essere appannaggio unico di visioni religiose.

Chi scrive è ateo ed è distante dai precetti religiosi, ma ciò non impedisce al senno di porre dei dubbi, dei quesiti gravi e profondi, su questo tema: in Occidente, soprattutto in alcune nazioni cardine del Mondo “libero”, si assiste a una sorta di corsa culturale, mascherata col volto baldanzoso e ricco di aggressività ideologica, del presunto “progressismo”. Sarebbe opportuno, per operare nel modo più corretto affinché si sviluppi un dibattito serio e allargato sul tema, sottolineare in special modo gli aspetti oscuri, quasi frutto di una sorta di totalitarismo giuridico o del pensiero, che nei fatti sospinge il tema dell’eutanasia.

Dal Regno Unito, il caso del piccolo Alfie Evans, ci ha dato una sorta di “schiaffo” morale: può la volontà generale, statuita dalla legge di una nazione, permettere che la scelta di un padre e di una madre sia vietata e costoro diventino additabili come “detestabili” o “deplorevoli” dal punto di vista della “moralità” liberal oppure persino “criminali“? Una grave malattia neurodegenerativa aveva colpito Alfie e i genitori hanno intrapreso una battaglia affinché, inizialmente, fosse possibile proseguire con il sostegno alla vita del piccolo e successivamente si potessero proseguire il processo medico in Italia, presso il “Bambin Gesù” di Roma o il “Gaslini” di Genova.

La giustizia inglese è stata draconiana, severissima: hanno intimato ai medici di “staccare la spina”; si sono opposti alla possibilità per Alfie Evans di trascorrere le sue ultime ore di vita a casa e hanno espresso un ulteriore diniego all’opportunità di portare il bambino in Italia. Insomma, la legge è legge e la volontà dei genitori è di valore inferiore rispetto al presupposto assoluto di ritenere “inutile” proseguire con cure, alimentazione e ventilazione artificiale. Non è rilevante né importante nessun’altra possibilità, persino se ciò avviene fuori dai confini britannici: con una sorta di assolutismo etico alla rovescia, l’offerta del Consiglio dei Ministri italiano di concedere la cittadinanza per motivi umanitari ad Alfie, è come se fosse stata incenerita.

Così Alfie il 28 aprile se ne va via, le sentenze della giustizia inglese sono state rispettate rigorosamente e nel frattempo, grazie alla ricerca, una patologia molto simile a quella del piccolo inglese viene contrastata da un nuovo farmaco. Pare, dunque, che questa sorta di pietra tombale idealista, per la quale se qualcosa è incurabile non merita attenzioni né sforzi, è un presupposto quanto meno troppo severo, forse persino ottuso come ogni estremismo.

L’aspetto “culturale” della “dolce” morte è ciò su cui voglio focalizzarmi, perché forse è proprio questo l’aspetto che mostra una sorta di frattura nella tesi ultra-liberale secondo la quale “ognuno deve poter decidere liberamente“. Nei Paesi Bassi si è registrato lo scorso anno un boom macabro, quello delle “operazioni” per l’eutanasia: ha superato i 7000 casi, un aumento del 67%. La clinica Levenseindekliniek (trad: Clinica della fine della vita) è l’unica struttura medica specializzata nell’eutanasia: 18000 richieste per terminare la vita nel 2017, rispetto alle 1234 del 2015.

Nel 2012 questa clinica, coi costi dei “procedimenti” coperti da un’assicurazione medica standard olandese, ha “addormentato” per sempre 32 pazienti nel 2012; l’anno scorso si è occupata di 720 persone, con un balzo numerico evidente. Ogni caso richiede un esame, condotto da dei dottori sempre più occupati e con turni lavorativi estremamente dilatati a causa del numero crescente di richieste. Il The Guardian rende noto che ci sono già stati 5 casi nei quali i vari protocolli non sono stati seguiti alla perfezione e si denotano errori; ciò non sembra aver portato a indagini e dunque a condanne.

Sempre sul giornale britannico, si è espresso Theo Boer, professore di etica presso l’Università teologica di Kampen in Olanda; è stato membro del comitato di revisione sull’eutanasia dal 2005 al 2014: “All’inizio si trattava nel 98% dei casi di pazienti malati terminali, a pochi giorni di distanza dalla propria morte; ora siamo al 70% di questi casi… Non c’è dubbio sulle buone intenzioni di chi opera nella clinica del fine vita. Sono forse divenuti troppo abituati nell’uso dell’eutanasia. Si, hanno fatto esperienza ma forse sin troppo. Non ci si dovrebbe mai abituare ad aiutare il prossimo a morire“.

Questo è l’incipit della frattura: l’estensione delle richieste, le quali inizialmente sono realizzate da uomini con pochi giorni di vita, gravemente malati, per poi pian piano lasciare spazio anche ad altri in condizioni di salute assai diverse. Il dottor Steven Pleiter, direttore dal 2017 della Clinica della fine della vita, aveva una foto nel suo ufficio: si trattava di Siep Pietersma, di 79 anni, che decise di bere la “pozione finale” affinché la sua demenza non peggiorasse come era già successo in precedenza a sua madre.

Sicuramente rilevante, per fare ulteriormente luce fra le tenebre olandesi, la pubblicazione su BMC Medical Ethics (rivista, con libero accesso, dove gli articoli riguardanti aspetti etici della ricerca medica o clinici sono sottoposti a revisione paritaria). La ricerca, firmata da Ilora Finlay, Leopold Curfs e Sheila Hollins, ha evidenziato in merito ai criteri legislativi olandesi sull’eutanasia che “… non sono facilmente applicati ai soggetti con disabilità mentale e/o disturbo dello spettro autistico, e non sembrano operare come garanzie adeguate“.

L’analisi, frutto dell’esame e dello studio di sei casi di persone che sono state “addormentati” fra il 2012 e il 2016, dovrebbe essere cruciale nel poter comprendere cosa sta avvenendo ma – purtroppo – l’estremismo e il radicalismo dei “liberal” fa bollare come “eretico” qualsiasi aspetto critico, seppur frutto di analisi e non di sermoni.

Giunge la notizia, riportata e esaminata dalla Reuters, che una “cooperativa” denominata “Last-Will co. (“Cooperativa dell’ultima volontà”), ha fatto marcia indietro in Olanda e ha deciso di non distribuire più la cosiddetta “sostanza X“, ossia una sorta di polverina mortale. Ha permesso alla “cooperativa”, a seguito dell’enorme effetto di pubblicità indiretta derivato dal caso, di aumentare i propri membri da 3000 a 23000.

La legge olandese è chiara e prevede per chi aiuta il prossimo a suicidarsi o gli fornisce i mezzi la carcerazione per 3 anni oppure un’ammenda; una legislazione che sarete voi a giudicare, dopo avervi ricordato che gli articoli 579 e 580 del nostro Codice penale prevedono – rispettivamente – la reclusione da 6 a 15 anni per chi cagiona la morte del consenziente e con la reclusione da 5 a 12 anni per chi convince il prossimo a suicidarsi o ne rafforza l’intento.

La nostra cultura giuridica si erge come una montagna rispetto ai putridi pantani normativi altrui: qui, per fortuna, vita e salute sono beni assoluti per il nostro diritto, assolutamente indisponibili.
La morte, spauracchio del passato, diviene ovviamente anche merce dimostrabile, esponibile e scintillante come un pc portatile o un frullatore multifunzione in un baraccone: sempre nei Paesi Bassi, durante la fiera funeraria tenutasi ad Amsterdam nel mese di aprile, è stata svelata al pubblico l’ultima creazione della tecnologia al servizio dei “diritti” occidentali.

È Sarco, la macchina della morte: ha la forma di un sarcofago, all’interno del quale l’occupante può sedersi su di una comoda poltrona e cliccando un tasto dare il via al processo di uccisione, riempiendo lo spazio interno con una dose letale di azoto. Tramite l’anossia, cioè l’improvvisa perdita di sensi del soggetto all’interno di Sarco, la morte giunge silenziosa, senza che si palesi alcuna difficoltà respiratoria.

L’inventore è l’australiano Philip Haig Nitschke, che descrive così il funzionamento e le implicazioni sociali e legali della sua macchina: “La persona che vuole morire preme il bottone e la capsula si riempie di azoto. Proverà un po’ di vertigini ma, rapidamente, perderà i sensi e dunque morirà… In molte nazioni il suicidio non è contro la legge, solo aiutare una persona a commettere suicidio lo è. In questo caso si tratta di qualcuno che decide da sé di premere un pulsante, piuttosto che gettarsi di fronte a un treno“.

Un ragionamento sottile come una lama ben affilata e temprato da una dose massiccia di luciferina furbizia, ma c’è molto di più: Nitschke assieme al progettista olandese Alexander Bannink, vuole permettere con facilità a chiunque di poter possedere questa macchina, mettendo on-line il progetto di Sarco in un documento open-source, per poi permettere tramite la stampa 3D di avere a disposizione tutto il marchingegno mortale. Quando si dice che la tecnologia ci rende “liberi” ed è al “nostro servizio”! Nitschke è laconico, come quasi tutti coloro che soffrono di una sorta di sindrome da invasati del Terzo millennio per i “diritti”: “Io credo sia un diritto umano fondamentale. Non è un privilegio medico per i più malati. Se hai ricevuto il prezioso dono della vita, si dovrebbe poterlo dare via nel momento in cui scegli di farlo“.

Philip H. Nitschke ha una biografia di “tutto rispetto”: dopo aver conseguito un dottorato di ricerca in fisica dei laser, rifiuta il campo scientifico e va a fare il ranger in un parco australiano del Territorio del Nord. Qui si ferisce il piede, cosa che interrompe la sua “carriera” di ranger e gli permette di studiare per divenire medico, un sogno che pare abbia coltivato tutta la sua vita e che lo ha portato a soffrire di ipocondria. Anni dopo la laurea a Sidney, diviene il “pioniere” assieme ad altri medici dell’eutanasia come “diritto”, con l’organizzazione “Doctors for change (“Dottori per il cambiamento”). Sostiene l’imminente introduzione della legislazione pro-eutanasia e, non appena entra in vigore il 1 luglio del 1996, Nitschke aiuta quattro persone a porre fine alla loro vita tramite una macchina da lui inventata, con la quale i “pazienti” premendo un pulsante attivano l’iniezione letale.

Il Parlamento australiano nel 1997 interviene e cancella la legge pro-eutanasia ( il Rights of the terminally ill act, (ossia Atto per i diritti dei malati terminali). Il dottore non si ferma e proprio dal ’97 inizia a dirigere il gruppo australiano pro-eutanasia Exit International. Nel 2002 Nancy Crick (69 anni), alla presenza di familiari ed amici, assume una dose letale di barbiturici; Nitschke, assente durante quei momenti, l’aveva precedentemente convinta a seguire delle cure palliative, dopo che Nancy aveva subito varie operazioni per un cancro intestinale che le causarono dolori e dissenteria. Ecco cosa disse il dr. Nitschke: “Lei non voleva morire quando ha avuto il cancro, bensì dopo aver avuto il trattamento per il cancro“.

Nitschke ebbe persino l’idea di voler accompagnare 8 cittadini neozelandesi in Messico, per acquistare il nembutal (ossia il pentobarbital, un barbiturico ad azione rapida, di libera vendita nello stato messicano) per causare un’overdose mortale. Non è casuale che la comunità medica australiana, tramite il nazionale Consiglio medico, sia in rapporti tutt’altro che pacifici con questo individuo. Ma Nitschke è come se fosse investito da un alone di “sacralità laica” per la sua “missione” a favore dei “diritti”: nel 2015 brucia il suo certificato di pratica medica come atto di protesta per la “libertà di parola”.

Il suo ingegno, nel creare strumenti utili per permettere il suicidio del prossimo, è sensazionale giacché ha persino escogitato la “exit bag” (la busta d’uscita) ossia una grande busta di plastica con una chiusura a cordoncino per farla ben aderire al collo… È addirittura un uomo di spirito: due anni fa ha tenuto uno dei suoi show comici (si, fa anche questo…) al Melbourne International Comedy Festival dal titolo “Praticando senza licenza” e nel 2015, a Edimburgo in Scozia, era la “star” per l’altro suo show “Giocando a dadi col dottor Morte“.

L’eutanasia, come tutto l’insieme del nuovo credo assolutistico dei “diritti”, sembra essere oramai per alcuni una delle tante divinità di una sorta di nuovo Pantheon di tutto ciò che “Deve essere necessariamente così!”, “Nel nome del progresso!” e “Per i diritti individuali!“.

Forse, negli Stati Uniti, è proprio questo il pensiero che ha animato i creatori e fondatori della Chiesa dell’Eutanasia. Avete letto bene: è un’organizzazione religiosa reale, con sede a Boston nello stato del Massachusetts, e i suoi guru sono il “reverendo” Chis Korda e il “pastore” Robert Kimberk (usano realmente questo epiteti).

Nata nel 1992, la CdE ha come simbolo un tempio greco con 4 pilastri rappresentanti il suicidio, l’aborto, il cannibalismo e la sodomia; il comandamento-chiave è “Tu non dovrai procreare!“. Sul sito, oltre ad essere pubblicata anche la metodica per macellare un essere umano per poi cucinarlo con salsa worcestershire e passata di pomodoro, c’è qualcosa di più: un “inno” all’aborto come strumento per svuotare il Pianeta, che secondo la visione della CdE soffre a causa dell’essere umano; difatti a questo proposito dicono “Salva il pianeta, ucciditi!.

In passato sul sito internet della Chiesa, erano presenti anche le istruzioni per suicidarsi tramite la respirazione di elio; quando nel 2003 una 52enne nella contea di Saint Louis nel Missouri si uccise seguendole, furono rimosse. Fu anche pubblicato un video, dopo l’11 settembre 2001, nel quale c’erano immagini pornografiche con sullo sfondo le Torri Gemelle colpite.

Chris Korda, transgender e vegano/a, partecipava alle manifestazioni della Chiesa dell’Eutanasia con cartelli del tipo “I feti non sono esseri umani, non sono neanche polli. Chi se ne frega?!]”, oppure “Sei depresso? Suicidati!“; ha realizzato persino degli album musicali: sulla copertina di “Six billion humans can’t be wrong” fa bella mostra un corpo inserito in un forno crematorio.

La Chiesa dell’Eutanasia può, forse, essere derubricata a un esempio di estremizzazione “artistica” sebbene, dal punto di vista culturale e vista assieme a tutti i truci esempi che abbiamo sin ora attraversato, è indubbiamente l’ennesimo mostro evocato dalle viscere del nostro tempo direttamente dalla voragine occidentale: ignoranza, pressapochismo, fanatismo, affarismo, come possono essere parte del processo che sta introducendo nella nostra vita sociale la morte volontaria?

Questa tensione “laica” verso l’apertura scriteriata a certe tematiche, mi rammenta un proverbio biblico: chi scava la fossa vi cadrà dentro.

Da: QUI

Scritto da Gerardo

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